Competenze chiave europee: le otto competenze, le Indicazioni nazionali 2012 e il curricolo verticale
Le otto competenze chiave europee della Raccomandazione 2018, le Indicazioni nazionali 2012 e le nuove del 2025, il curricolo verticale e di istituto, le unità di apprendimento e la certificazione.
Ottobre, e in un istituto comprensivo della periferia nord di Milano — a Rho, dove insegno — il primo collegio dei docenti del mese ha sul tavolo due documenti. Il primo è la copia delle Indicazioni nazionali del 2012, quella che le scuole citano nei piani dell'offerta formativa da oltre dieci anni. Il secondo è un fascicolo più recente, adottato con il decreto ministeriale 9 dicembre 2025, n. 221, che da questo anno scolastico entra nelle classi prime. La domanda del dirigente è la più concreta possibile: che cosa dobbiamo riscrivere nel curricolo d'istituto e che cosa resta come era.
Per rispondere servono tre cose che nella documentazione di scuola restano spesso separate: il quadro delle competenze chiave europee, il testo nazionale che le traduce in traguardi e obiettivi, e il passaggio in cui il collegio costruisce il proprio curricolo. Qui sotto le metto in fila, con i riferimenti letti sui testi di legge e sui documenti ministeriali.
Cosa sono le competenze chiave europee
Partiamo dal documento europeo. La Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 22 maggio 2018, pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione con il riferimento 2018/C 189/01, definisce le competenze come «una combinazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti». I tre termini non sono sinonimi: la conoscenza si compone di fatti e cifre, concetti, idee e teorie già stabiliti; per abilità si intende sapere ed essere capaci di eseguire processi e applicare le conoscenze esistenti per ottenere risultati; gli atteggiamenti descrivono la disposizione e la mentalità ad agire o reagire a idee, persone o situazioni.
Le competenze chiave, prosegue la Raccomandazione, sono quelle di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, l'occupabilità, l'inclusione sociale, uno stile di vita sostenibile, una vita fruttuosa in società pacifiche e la cittadinanza attiva. Si sviluppano in una prospettiva di apprendimento permanente, dalla prima infanzia alla vita adulta, attraverso l'apprendimento formale, non formale e informale.
C'è poi un passaggio che nella pratica didattica pesa più di quanto sembri: le competenze chiave sono considerate tutte di pari importanza, si sovrappongono e sono interconnesse, e il pensiero critico, la risoluzione di problemi, il lavoro di squadra e la creatività sottendono a tutte. Un curricolo che le tratti come otto caselle separate, con una scheda per competenza, non sta applicando il quadro europeo.
Le otto competenze chiave della Raccomandazione 2018/C 189/01
Il quadro di riferimento delinea otto tipi di competenze chiave, e i nomi vanno usati come sono scritti nel testo europeo, perché ogni parola è stata scelta in sede di revisione:
| N. | Competenza chiave | Come è formulata nel testo |
|---|---|---|
| 1 | Competenza alfabetica funzionale | Individuare, comprendere, esprimere e interpretare concetti e opinioni, in forma orale e scritta |
| 2 | Competenza multilinguistica | Comprendere ed esprimersi in più lingue, secondo le necessità |
| 3 | Competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria | Usare il pensiero matematico e scientifico per risolvere problemi quotidiani |
| 4 | Competenza digitale | Usare con spirito critico le tecnologie digitali per informazione, comunicazione e creazione |
| 5 | Competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare | Riflettere su se stessi, gestire il tempo e l'informazione, lavorare con gli altri |
| 6 | Competenza in materia di cittadinanza | Agire da cittadini responsabili e partecipare alla vita civica e sociale |
| 7 | Competenza imprenditoriale | Agire su idee e opportunità, trasformandole in valori per gli altri |
| 8 | Competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali | Comprendere e rispettare le idee e i significati espressi in culture diverse |
Il testo del 2018 sostituisce la raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006, e con la revisione è cambiato anche il modo di nominare le competenze: il documento del 2006 parlava di «comunicazione nella madrelingua» e di «competenze sociali e civiche», quello del 2018 di «competenza alfabetica funzionale» e di «competenza in materia di cittadinanza». Nei documenti di scuola si trovano ancora entrambe le formulazioni, ed è una delle ragioni per cui le due liste vengono confuse con una terza, che europea non è.
Competenze chiave europee e competenze chiave di cittadinanza: la differenza
Qui si concentra la maggior parte degli equivoci. Le competenze chiave europee sono otto e riguardano l'apprendimento permanente: sono il quadro della Raccomandazione del 2018 e il suo orizzonte è l'intero arco della vita. Le competenze chiave di cittadinanza sono un'altra cosa, e hanno un'altra fonte: l'allegato 2 del documento tecnico del decreto ministeriale 22 agosto 2007, n. 139, che le elenca in otto voci relative all'istruzione obbligatoria.
Sono, nell'ordine del documento: imparare ad imparare; progettare; comunicare; collaborare e partecipare; agire in modo autonomo e responsabile; risolvere problemi; individuare collegamenti e relazioni; acquisire e interpretare l'informazione. Il decreto le presenta come competenze «da acquisire al termine dell'istruzione obbligatoria», e ciascuna ha accanto una descrizione operativa: progettare, per esempio, è «elaborare e realizzare progetti riguardanti lo sviluppo delle proprie attività di studio e di lavoro».
La differenza, in pratica, è questa: le otto europee sono la cornice di riferimento del curricolo, le otto del 2007 sono formulazioni pensate per l'assolvimento dell'obbligo e restano utili quando si scrivono i descrittori della certificazione. Usare le une come se fossero le altre produce documenti incoerenti, e succede spesso perché entrambe le liste hanno otto voci.
Come le competenze chiave sono entrate nella scuola italiana
Il percorso è stato graduale e vale la pena ricostruirlo, perché spiega che cosa si trova scritto nei documenti di istituto. Il decreto ministeriale 139 del 2007 è il primo atto che porta il linguaggio delle competenze dentro l'obbligo di istruzione, con gli assi culturali e le competenze chiave di cittadinanza. Nel 2012 arrivano le Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione, allegate al decreto ministeriale 16 novembre 2012, n. 254, che sostituiscono le Indicazioni per il curricolo del 31 luglio 2007.
L'articolo 1 del decreto del 2012 dice due cose che riguardano direttamente il lavoro dei collegi: le Indicazioni sono «parte integrante» del decreto, e a partire dall'anno scolastico 2012-2013 le scuole dell'infanzia e del primo ciclo «procedono all'elaborazione dell'offerta formativa avendo a riferimento in prima attuazione e con gradualità» il documento allegato. La formula «in prima attuazione e con gradualità» è la stessa che il Ministero ha usato tredici anni dopo, e non è un caso: il curricolo si riscrive per gradi, non con una delibera unica.
A monte di tutto questo c'è il principio di autonomia fissato dall'articolo 8 del decreto del Presidente della Repubblica 8 marzo 1999, n. 275, su cui torno più avanti: è la disposizione che assegna allo Stato gli obiettivi e alle scuole il curricolo vero e proprio, e che rende legittima la differenza fra i curricoli di due istituti comprensivi a dieci chilometri di distanza.
Indicazioni nazionali 2012: che cosa prescrivevano
Del documento del 2012 conviene leggere le formule esatte. Nella parte intitolata «L'organizzazione del curricolo», alla voce «Dalle Indicazioni al curricolo», si legge che «nel rispetto e nella valorizzazione dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, le Indicazioni costituiscono il quadro di riferimento per la progettazione curricolare affidata alle scuole» e che «sono un testo aperto, che la comunità professionale è chiamata ad assumere e a contestualizzare». Poco più avanti: «il curricolo di istituto è espressione della libertà d'insegnamento e dell'autonomia scolastica e, al tempo stesso, esplicita le scelte della comunità scolastica e l'identità dell'istituto».
Il documento indica anche il proprio orizzonte europeo, e qui c'è un dettaglio che vale la pena notare: le Indicazioni del 2012 dichiarano che il sistema scolastico italiano «assume come orizzonte di riferimento verso cui tendere il quadro delle competenze-chiave per l'apprendimento permanente definite dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Unione europea (Raccomandazione del 18 dicembre 2006)». La data è quella del 2006: il testo del 2018 non esisteva ancora. Un curricolo d'istituto che citi la Raccomandazione del 2006 sta riportando la fonte delle Indicazioni, non la fonte vigente.
Le Indicazioni del 2012 hanno introdotto due strumenti che le scuole usano ancora: i traguardi per lo sviluppo delle competenze, che indicano che cosa lo studente deve saper fare al termine di un segmento, e il profilo delle competenze al termine del primo ciclo. Su quel profilo si appoggia la certificazione finale.
Indicazioni nazionali 2025: cosa cambia dall'anno scolastico 2026/2027
Il quadro è cambiato a febbraio. Il decreto ministeriale 9 dicembre 2025, n. 221, pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 27 gennaio 2026 ed entrato in vigore l'11 febbraio 2026, adotta le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo: l'articolo 1, comma 1, precisa che il documento allegato «sostituisce le Indicazioni nazionali allegate al decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca 16 novembre 2012, n. 254». Nelle premesse compare, fra le fonti viste dal Ministro, la «Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 22 maggio 2018, n. 189/01, relativa alle competenze chiave per l'apprendimento permanente».
L'adozione è graduale e le date sono scritte nel decreto. Il comma 2 dell'articolo 1 dispone che dall'anno scolastico 2026/2027 le scuole dell'infanzia e del primo ciclo adottino le nuove Indicazioni «a partire dalle classi prime della scuola primaria e della scuola secondaria di primo grado, procedendo in prima attuazione e con gradualità alla rielaborazione del curricolo d'istituto». L'articolo 5, comma 1, mantiene le Indicazioni del 2012 per le classi intermedie già funzionanti nel 2025/2026 «fino alla conclusione dei rispettivi corsi», e il comma 3 fissa la cessazione dell'efficacia: dal 2026/2027 per la scuola dell'infanzia, dal 2028/2029 per la secondaria di primo grado e dal 2030/2031 per la primaria.
Per un collegio dei docenti questo significa che per alcuni anni due documenti saranno in vigore contemporaneamente, su classi diverse dello stesso istituto. Il comma 2 dell'articolo 5 prevede il caso in cui le discipline abbiano «una scansione temporale diversa» fra i due testi, e chiede ai collegi di «adattare e rimodulare» il curricolo di conseguenza.
Che cos'è il curricolo verticale
La formula «curricolo verticale» non viene dall'Europa e non ha una definizione in una legge: sta nelle Indicazioni del 2012, in un passaggio che parla di continuità. Vi si legge che «l'itinerario scolastico dai tre ai quattordici anni, pur abbracciando tre tipologie di scuola caratterizzate ciascuna da una specifica identità educativa e professionale, è progressivo e continuo», e che «la presenza, sempre più diffusa, degli istituti comprensivi consente la progettazione di un unico curricolo verticale e facilita il raccordo con il secondo ciclo del sistema di istruzione e formazione».
Un curricolo è verticale quando è progettato come percorso unico dai tre ai quattordici anni, e non come somma di tre programmazioni separate che si incontrano soltanto nei momenti di passaggio. Allo stesso capitolo le Indicazioni affiancano la linea orizzontale: «la scuola persegue una doppia linea formativa: verticale e orizzontale. La linea verticale esprime l'esigenza di impostare una formazione che possa poi continuare lungo l'intero arco della vita; quella orizzontale indica la necessità di un'attenta collaborazione fra la scuola e gli attori extrascolastici».
In concreto, la verticalità si vede in tre posti: nei traguardi per lo sviluppo delle competenze letti in sequenza sui tre segmenti, negli obiettivi di apprendimento che non si ripetono identici al quinto anno di primaria e al primo anno di secondaria, e nella scelta condivisa di che cosa valutare. Un curricolo che ripeta gli stessi descrittori tre volte non è verticale: è orizzontale su tre piani.
Curricolo verticale e autonomia scolastica: l'articolo 8 del D.P.R. 275/1999
L'articolo 8 del D.P.R. 275 del 1999 è la disposizione che dà alla verticalità il suo appoggio normativo. Il comma 2 stabilisce che le istituzioni scolastiche determinano il curricolo obbligatorio «in modo da integrare, a norma del comma 1, la quota definita a livello nazionale con la quota loro riservata che comprende le discipline e le attività da esse liberamente scelte». Il comma 3 aggiunge che nell'integrazione fra le due quote «è garantito il carattere unitario del sistema di istruzione ed è valorizzato il pluralismo culturale e territoriale, nel rispetto delle diverse finalità della scuola dell'obbligo e della scuola secondaria superiore».
Il comma 4 è quello che conviene citare in collegio, perché nomina esplicitamente la continuità: la determinazione del curricolo «tiene conto delle diverse esigenze formative degli alunni concretamente rilevate, della necessità di garantire efficaci azioni di continuità e di orientamento, delle esigenze e delle attese espresse dalle famiglie, dagli enti locali, dai contesti sociali, culturali ed economici del territorio». La continuità, cioè, non è un'aggiunta pedagogica al curricolo: è uno dei criteri con cui il curricolo si costruisce.
Curricolo di istituto: come si costruisce
Il curricolo di istituto non è un documento da compilare: è una delibera del collegio dei docenti collegata al piano dell'offerta formativa, e la sequenza dei passaggi è quella scritta nell'articolo 8, comma 2, del D.P.R. 275 del 1999. Il lavoro si apre con i traguardi e gli obiettivi del testo nazionale, prosegue con l'analisi di che cosa serve agli studenti di quella scuola, e si chiude con la quota che la scuola sceglie in autonomia. Il comma 4 ricorda che quell'analisi va fatta sui dati concreti — esigenze formative rilevate, esigenze del territorio, attese delle famiglie — e non su una dichiarazione di intenti.
Un metodo che regge è costruirlo al contrario rispetto al modo consueto: partire dalle competenze che si vogliono certificare alla fine del primo ciclo, ricavare i traguardi intermedi di ogni segmento, e solo alla fine distribuire obiettivi e contenuti sulle classi. Costruito così, il curricolo mostra subito ripetizioni e salti.
Il passaggio formale non è secondario: le Indicazioni del 2012 dicono che il curricolo di istituto «esplicita le scelte della comunità scolastica e l'identità dell'istituto», e questo lo rende un atto del collegio. Con due documenti nazionali in vigore contemporaneamente, la delibera va accompagnata dalla tabella di che cosa si applica a quale classe.
Prima di passare alla progettazione, i riferimenti e le date della doppia vigenza stanno in una mappa unica: è un riferimento rapido da tenere aperto mentre si legge, o da stampare per il gruppo di lavoro che riscrive il curricolo. Tabelle, elenchi e date nel corpo restano la fonte da citare.

Dalle competenze chiave alle unità di apprendimento
Il punto in cui la didattica per competenze diventa operativa è la progettazione delle unità di apprendimento. Un'unità di apprendimento non è una lezione più lunga, e non è nemmeno un progetto: è un segmento di percorso con un compito finale, cioè una prestazione che lo studente deve saper produrre utilizzando quello che ha imparato, e con i descrittori che dicono a che livello l'ha prodotta. Senza compito finale si resta nella didattica per contenuti.
La struttura minima che funziona ha cinque voci: le competenze chiave europee coinvolte, i traguardi del testo nazionale a cui l'unità si aggancia, gli obiettivi di apprendimento in termini di conoscenze e abilità, il compito finale con i suoi criteri di valutazione, e la durata. Le prime due voci sono il motivo per cui l'unità non è un documento autonomo: servono a mostrare che cosa del curricolo di istituto quella settimana di lavoro sta realizzando.
Sul piano dell'organizzazione la scelta è fra unità disciplinari e unità interdisciplinari: le prime sono più facili da collocare nel quadro orario, le seconde rendono visibili le competenze trasversali. Quante unità interdisciplinari inserire è una scelta di scuola, e dipende da quanti docenti lavorano sulla stessa classe e da quanto tempo il consiglio ha per progettare insieme.
Valutare e certificare le competenze
La valutazione delle competenze non sostituisce la valutazione degli apprendimenti: sono due livelli, e confonderli è l'errore che genera più discussioni nei consigli di classe. La certificazione delle competenze è disciplinata dall'articolo 9 del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62: il comma 1 stabilisce che descrive «lo sviluppo dei livelli delle competenze chiave e delle competenze di cittadinanza progressivamente acquisite dalle alunne e dagli alunni», e il comma 2 che è rilasciata al termine della scuola primaria e del primo ciclo di istruzione.
Il comma 3 fissa i principi dei modelli nazionali, e due di questi riguardano direttamente il curricolo: la certificazione deve avere «riferimento al profilo dello studente nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo di istruzione» e «ancoraggio alle competenze chiave individuate dall'Unione europea, così come recepite nell'ordinamento italiano». È il punto in cui la catena si chiude: la Raccomandazione europea entra nella certificazione che la scuola consegna alla famiglia.
Per chi progetta la valutazione, il vincolo da tenere presente è che i livelli si descrivono con enunciati descrittivi, non con un voto: il comma 3, lettera c), parla di «definizione, mediante enunciati descrittivi, dei diversi livelli di acquisizione delle competenze». Il voto resta nella valutazione degli apprendimenti disciplinari; la certificazione racconta il livello raggiunto su ciascuna competenza. Ho provato a mettere in ordine questi strumenti in Valutazione formativa e griglie di valutazione: guida pratica per docenti, dove il tema è la costruzione dei descrittori.
Un'ultima nota di contesto. La competenza digitale è una delle otto del quadro europeo, e sulla scuola italiana ha avuto un percorso autonomo: se ne occupa il quadro DigComp, che ho ricostruito in DigComp 2.2: aree e livelli delle competenze digitali, e come si valutano a scuola. Nel curricolo di istituto la competenza digitale è quella con la collocazione disciplinare meno definita: vale la pena assegnarle una decisione esplicita.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra competenze chiave europee e competenze chiave di cittadinanza?
Le competenze chiave europee sono le otto della Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 22 maggio 2018, riferite all'apprendimento permanente. Le competenze chiave di cittadinanza sono le otto elencate nell'allegato 2 del documento tecnico del decreto ministeriale 139 del 2007 e riferite all'istruzione obbligatoria. Le liste hanno lo stesso numero di voci ma testi e finalità diversi.
Le Indicazioni nazionali 2012 sono ancora in vigore?
Dipendono dalla classe. Il decreto ministeriale 9 dicembre 2025, n. 221, ha adottato le nuove Indicazioni nazionali, che sostituiscono quelle allegate al D.M. 254/2012. Le Indicazioni del 2012 continuano ad applicarsi per le classi intermedie di scuola primaria e secondaria di primo grado già funzionanti nell'anno scolastico 2025/2026, fino alla conclusione dei rispettivi corsi; il decreto ne fissa la cessazione dell'efficacia dall'anno scolastico 2026/2027 per la scuola dell'infanzia, dal 2028/2029 per la secondaria di primo grado e dal 2030/2031 per la primaria.
Da quando si applicano le nuove Indicazioni nazionali?
Dall'anno scolastico 2026/2027, per la scuola dell'infanzia e per le classi prime di scuola primaria e secondaria di primo grado. Il decreto parla di «prima attuazione e con gradualità» nella rielaborazione del curricolo d'istituto, e negli anni successivi le nuove Indicazioni si estendono alle altre classi.
Che cos'è esattamente il curricolo verticale?
È il curricolo progettato come percorso unico dai tre ai quattordici anni, con traguardi e obiettivi letti in sequenza sui tre segmenti. La formula è usata nelle Indicazioni nazionali del 2012, dove si legge che «la presenza, sempre più diffusa, degli istituti comprensivi consente la progettazione di un unico curricolo verticale e facilita il raccordo con il secondo ciclo del sistema di istruzione e formazione».
Chi approva il curricolo di istituto?
Il collegio dei docenti, che lo determina nell'ambito del piano dell'offerta formativa: è quanto prevede l'articolo 8, comma 2, del D.P.R. 275 del 1999, che assegna alle istituzioni scolastiche la determinazione del curricolo obbligatorio integrando la quota nazionale con la quota loro riservata.
Quali competenze chiave europee entrano in un'unità di apprendimento?
Non è necessario coprirle tutte: un'unità ne dichiara due o tre accanto ai traguardi del testo nazionale a cui si aggancia. La scelta si fa sul compito finale, perché sono le prestazioni richieste a dire quali competenze si stanno mobilitando.
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Admeto Verde — Ingegnere Industriale esperto in tecnologie e processi industriali, docente di ruolo in discipline tecniche, autore di guide pratiche su tecnologia e intelligenza artificiale per la scuola e le PMI italiane su NextGenTool.it.